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L'insediamento umano nella Val Casargo risale certamente ad epoche molto remote. A favorire gli antichi stanziamenti contribuirono le stesse caratteristiche del territorio. La presenza nelle vicinanze di giacimenti minerari (soprattutto ferro, ma non solo) ha certamente avuto un ruolo importante nella costituzione dei primi nuclei stabili in questa area. La stessa valle, modellata dai ghiacciai e attraversata dal piccolo torrente Maladiga, offre pascoli fertili, boschi cedui e un clima favorevole soprattutto rispetto al vicino fondovalle. A tutto questo occorre aggiungere un'altra particolarità non meno importante. La Val Casargo fin dall'antichità costituì un importante snodo viario. Se dal lago era possibile raggiungere la Val Casargo attraverso la Muggiasca e Taceno, l'asse viario principale della valle era costituito dall'antico tracciato che collegava in modo diretto Milano (attraverso Lecco e la Valsassina) alla Valtellina e da qui al nord Europa. Passando per il piccolo valico di Piazzo e la Valvarrone, attraverso la Bocchetta di Trona, si arrivava in Val Gerola e quindi a Morbegno. Dalle più remote epoche, fino alla costruzione della litoranea (Colico-Bellano), costruita dagli Austriaci fra gli anni 1824 e 1832, questa era una via molto frequentata e di grande valore strategico. Secondo alcuni (Pasetti e Uberti) il controllo militare di questo punto importante di passaggio, alla fine di una valle rinserrata e vicino ad un valico, non sarebbe estraneo alla fondazione del paese, concepito come baluardo contro eventuali minacce provenienti sia dalla Val Varrone che dal fondo valle o dal lago.
Le più antiche testimonianze archeologiche dei primi abitatori di Casargo risalgono ad un arco di tempo compreso fra la Prima e la Seconda Età del Ferro e sono state trovate nelle vicinanze della Chiesa parrocchiale, frutto di fortuiti ritrovamenti alla fine dell'Ottocento. Si tratta di tombe del periodo celtico, del tipo sia a cremazione sia a inumazione, che hanno restituito reperti di vario genere (fibule, spade, puntali di lance, un'accetta, un falcetto in ferro, resti di ossa umane e frammenti fittili) attestando la presenza umana stabile nel territorio di Casargo già fin dall'epoca preromana.
Nonostante le origini antiche, il toponimo, in assenza di una indagine specifica, viene fatto risalire alla romanizzazione del territorio, testimoniata dalla scoperta di alcune tombe romane nella vicina Margno. Casargo deriverebbe così, secondo Pasetti e Uberti, da "Casa Argi", in onore della divinità dai cento occhi, ipotesi non del tutto inappropriata per un paese posto a sentinella tra due valli. Altri, sempre secondo gli stessi autori, farebbero risalire il nome più prosaicamente da "casearium" o "casearii", in riferimento all'allevamento del bestiame, che ha costituito l'attività principale del paese fino all'ultimo dopoguerra. Se per quanto riguarda gli antichi insediamenti è possibile far riferimento ad alcuni indizi, per il primo millennio cristiano le informazioni sono estremamente rare ed è necessario oltrepassare ben oltre l'anno Mille per avere notizie certe. La cristianizzazione di questi territori dovette avvenire, nonostante le difficoltà di comunicazione, in modo precoce, come testimonia una epigrafe cristiana del 425, trovata a Cortabbio.

Del resto, secondo Zastrow (in "La chiesa matrice di San Bartolomeo a Margno", Lecco, 2001) quanto era più importante un sito fin dall'epoca preromana e romana (sarebbe il caso della Val Casargo) tanto più era preso in considerazione nelle prime fasi di evangelizzazione, quando si andava costituendo una ripartizione ecclesiastica (diocesi-pieve-cappellania) sul modello delle preesistenti circoscrizioni amministrative romane (distretto municipale-pago-vico). Dal trapasso dalla tarda romanità all'epoca delle invasione barbariche, procedendo fino il Duecento, mentre si afferma, dopo il Mille, la signoria feudale dei Della Torre di Primaluna, che avranno un ruolo importante nella storia della Valsassina e nella stessa Milano comunale, emerge una organizzazione ecclesiastica con a capo la chiesa di San Pietro proprio a Primaluna, sede del prevosto, che sarà chiamata Pieve Valsassina. E' in questo periodo che l'intera val Casargo, a difesa dalle continue invasioni, proprio per la sua importanza strategica quale zona di frontiera e di comunicazione, viene dotata di un complesso apparato di difesa contro eventuali aggressori, provenienti sia dalla val Varrone che da Taceno. Secondo gli storici (Arrigoni, Pasetti e Uberti e Pensa) i dintorni di Casargo, soprattutto a nord, dove la valle si restringe al valico di Piazzo, dovevano essere ben muniti dalla presenza di un muraglione, naturalmente difeso da milizie e tracce di trincee e di una robusta Torre a Somadino sono riportate dagli studiosi. Del resto il dirupo addossato alla chiesetta di Santa Margherita è ancora oggi chiamato Sasso della Guardia e nelle vicinanze c'è Premuro, che indica un antemurale. Le fortificazioni di Piazzo erano coordinate con quelli presenti a Bagnala, immediatamente a sud di Margno. Qui un bastione sbarrava la strada ad una eventuale direttiva di attacco proveniente da Taceno, dove esisteva peraltro una struttura difensiva, completata da una torre a Vegno, il cui ricordo è tramandato dal nome di una strada che affianca la chiesa di San Giovanni. Infine un altro castello ad Indovero chiudeva l'accesso a chi veniva dalla Muggiasca. Questo particolare assetto delle fortificazioni nella val Casargo nell'epoca feudale, porta Zastrow ("La chiesa matrice di S. Bartolomeo a Margno, Lecco, 2001) a definirla come una "zona cuscinetto", "chiusa e autonoma, fortemente protetta e con molteplici sbarramenti"
In questo particolare contesto militare, in posizione strategica ed nel contempo eccentrica rispetto ai nuclei abitativi, nascono le prime piccole chiese del territorio di Casargo che avevano in origine le forme di oratori castrensi, cioè collocate all'interno di fortificazioni militari. Sono la chiesetta di Santa Margherita (a Somadino), quella di Sant'Ulderico sul Monte Muggio rivolta verso la Val Varrone e quella di San Fedele sull'Alpe di Paglio (in una zona tra i boschi chiamata "La Foppa") ormai scomparsa da secoli.

Una conferma di una specifica reciprocità di funzioni strategiche e ovviamente insieme devozionali di questi tempietti di origine medievale la si può cogliere nella leggenda di Santa Margherita e suoi sette fratelli, eremiti in altrettanti chiesette sparse sul territorio, che si tenevano in contatto attraverso falò accesi sui monti. Questa leggenda è stata letta come la trasformazione di una antica realtà storica locale che affidava a queste piccole chiese, proprio per la loro particolare posizione panoramica, un compito di avvistamento e di segnalazione di eventuali pericoli determinati dall'avvicinarsi di truppe ostili. Anche nella singolare collocazione di altre chiese è possibile riscontare una funzione strategica. Per esempio, la chiesa di Santa Brigida (certamente anteriore al XIII secolo) si trova all'estremità superiore di Narro e gode di una posizione estremamente panoramica sulla valle e la chiesa di San Martino, a Indovero, che sorge anch'essa staccata dai paesi e in un punto di particolare ampiezza visuale. Il suo campanile, di origine romanica (secolo XI) ed eretto sulle base di una torre appartenente alle antiche linee difensive, dovette sicuramente svolgere anche la funzione di torre semaforica e di vedetta sul territorio sottostante, dato che è visibile fin dalla piana di Cortenova.
Col trecento, "l'età comunale" porta alla affermazione di rivendicazioni autonomistiche da parte delle realtà locali. Vengono codificati vari statuti a cominciare da quello di Averara (1313) fino ad arrivare all'emanazione degli "Statuti civili e criminali della comunità di Valsassina" (novembre 1388) che garantiranno una speciale forma di autonomia alla valle fino alla invasione napoleonica (1796). In campo religioso, il secolo segna la decadenza della fondamentale istituzione della pieve e la affermazione anche in questo campo di spinte autonomistiche sempre più forti. Nella val Casargo si afferma come chiesa matrice (da cui si distaccheranno in seguito tutte le altre) la chiesa di San Bartolomeo a Margno, che già nel 1335 godeva di una certa autonomia rispetto al capitolo di Primaluna. Fino all'avanzato Quattrocento sarà l'unica parrocchia di questa parte di Alta Valsassina e il suo parroco avrà giurisdizione su tutte le chiese della val Casargo ma anche sulla lontana chiesa di San Andrea a Pagnona. Solo nell'avanzato XV secolo si assiste alla disgregazione del vasto territorio parrocchiale di Margno (una ventina di edifici religiosi tra chiese e oratori) e al distacco definitivo dalla chiesa matrice delle parrocchie di Indovero con Narro (con decreto vescovile del 1472) e di Pagnona (1498).

Notizie certe sullo stato delle varie comunità dell'alta valle sono reperibili solo a partire dalla seconda metà del Cinquecento, quando, sotto l'impulso al rinnovamento del mondo cattolico promosso dal Concilio di Trento, si moltiplicarono le visite pastorali che avevano lo scopo di controllare le singole parrocchie da parte delle autorità religiose. Queste visite periodiche erano accuratamente registrate e gli atti e le relative prescrizione debitamente conservati. La prima visita pastorale in valle relativamente al secolo XVII, è dell''ottobre 1566, ed è quella compiuta da Carlo Borromeo, il futuro San Carlo , a cui segue una seconda effettuata nell'agosto del 1582. San Carlo incontra i parroci e ascolta i rappresentanti della comunità, visita oratori e chiese rendendosi conto personalmente della stato delle cose. Di tutta la visita viene redatta una precisa relazione in cui troveranno posto anche annotazioni sociologiche sulla popolazione, derivate dagli 'Stati delle anime', compilati dallo stesso parroco per fare conoscere alla Curia la composizione e la situazione del suo gregge di parrocchiani. Da queste dati riportati dal Mastalli, anche se lacunosi e approssimativi, (A.Mastalli, Parrocchie e chiese della Valsassina nel 16° secolo, in Memorie storiche della Diocesi di Milano, 1957) è possibile aprire un piccolo squarcio sulla realtà sociale e sui principali gruppi famigliari delle comunità della val Casargo. A proposito di Indovero sappiamo che "nel 1574 contava 117 anime e 21 fuochi (nuclei famigliari) di cui 6 erano Franchello,10 Piatti, 4 Muratio, 6 Gaffino, 1 Della Torre, 1 Spazzadeschi ecc." Per quanto riguarda le occupazioni sempre ad Indovero si contavano "9 pegorari, 11 mazadri, 1 molinaro, 3 lavoranti e 3 pazzi". Narro a quell'epoca contava invece 65 anime e 29 fuochi di cui 8 Adamoli, 7 Pasetti, 4 Ganzelli, 2 Chiodi, 1 Merlo, 1 Ferreri, 1 Fanchello ecc". Nel paese c'erano "7 scagniari, 9 mazadri, 2 testori, 1 negotiatore, 1 fante pubblico, 1 murador,1 feraro, 1 magniano, 1 libraro, 4 pazzi e due matte". Per quanto riguarda Casargo si contavano " 19 fuochi e 119 anime. Dei fuochi: 4 erano Manzolini, 2 Tenca, 2 Viganò, 1 Roveda, 2 Cassana ecc"; per quanto riguarda le professioni " 8 librari, 5 agricoltori, 2 pecorari, 1 merciaio,1 cavallaro, 1 carbonaro e 1 sartore". Codesino contava invece " 27 fuochi e 133 anime. Dei fuochi: 3 erano Coldera, 3 Carozzi, 2 Maffei, 3 Fava, 2 Maresio, 2 Carenini, 2 Rubini, 1 Regazzoni, 1 Piatti,1 Adamoli ecc." In questo villaggio c'erano "7 agricoltori, 8 pegorari, 5 merciai, 5 librari, 4 calzolai e 2 mornari". Infine Somadino contava "11 fuochi e 68 anime. Dei fuochi: 3 erano Galliciano, 3 Uberti, 2 Manzolino, 2 Tarenghi, 1 Rubino. In tutto il territorio di Casargo si contavano quindi 434 persone. Le occupazioni più diffuse sono quelle dell'agricoltore e del pecoraio anche se non mancano attività artigianali insolitamente sviluppate (calzolai e librai ?).
Elaborando i dati completi relativi alla composizione dei nuclei famigliari della parrocchia di Margno, desunti dagli Stati delle anime del 1597, Zastrow ("La chiesa matrice di S. Bartolomeo a Margno, Lecco, 2001), riguardo la popolazione del tempo, arriva ad alcune conclusioni che possono essere anche estese alla vicinissima popolazione di Casargo. Da un calcolo statistico-aritmetico (numero delle persone e età) si ricava che l'età media delle persone è attorno ai 24 anni e che questa risulta inferiore a quello elaborata per altre parrocchie nella pieve Valsassina (per esempio a Moggio era di 25,2 , nel 1574 e nella parrocchia di Santa Brigida in valle Averare era di 27,7). Il numero dei giovani è molto alto e nel 1597 non si contano novantenni nè ottantenni e la persona più anziana ha 72 anni; in contrasto con quanto avveniva in altre parrocchie, non c'è traccia di persone emigrate.
Anche nel '600 si susseguono con regolarità le visite pastorali in alta val Casargo e dopo quella dell'arcivescovo Gaspare Visconti nel 1594, nel 1608 (23 giugno) visiterà Casargo anche il cardinale Federico Borromeo , cugino di san Carlo, che resse la diocesi ambrosiana dal 1595 al 1631. Proprio dalla visita di quest'ultimo presule e dagli atti e dai decreti emanati (1614), prende avvio il futuro distacco della parrocchia di san Bernardino a Casargo dalla chiesa matrice di Margno. Questa separazione viene avviata prima attraverso un documento notarile dell'anno 1649, che pone ne pone le basi e poi con la decisione definitiva dell'allora arcivescovo (card. Alfonso Litta) del 1655. Ma i primi decenni del secolo XVII furono caratterizzati da disastrose calamità che segnarono duramente tutto il territorio: la calata dei Lanzichenecchi (1629) e il diffondersi della peste con le sue nefaste conseguenze e da ultimo le violenze compiute dai francesi del Duca di Rohan (1636).

I Lanzichenecchi, mercenari al servizio dell'imperatore Carlo V e sotto il comando del conte Rambaldo di Collanto, dovevano attraversare tutto il ducato di Milano per raggiungere Mantova, allora contesa alla Francia, nel corso della Guerra dei Trent'anni. Dopo una tappa in Svizzera, il 20 settembre del 1629 i militari raggiunsero Colico e attraverso Bellano risalirono la Valsassina in direzione di Lecco. L'impatto tra un'armata di 36 mila uomini e più di settemila cavalli e le piccole comunità della riviera e della valle fu devastante. Il transito di questa soldatesca, che raggiungerà Lecco solo ai primi di ottobre, fu caratterizzato da saccheggi, razzie, incendi e violenze, che spinsero parte popolazione a trovare rifugio sulle montagne. Le truppe risalendo la valle in direzione di Lecco alloggiarono anche a Codesino, Casargo e Somadino e risparmiarono solo Narro e Indovero e come in tutti i paesi venne imposto ai comuni di pagare il vitto e di dare alloggio ai soldati. Alla loro partenza, la popolazione stremata e impoverita dovette far fronte ad un altro grave problema: il diffondersi di una terribile epidemia di peste in tutta la valle, diffusa dagli stessi soldati nel loro passaggio in tutta la valle e che raggiungerà Milano alla fine di ottobre. La moria durò molti mesi e infuriò soprattutto nell'estate del 1630. Secondo quanto riporta il Cazzani (Lanzichenecchi e la peste manzoniana in Valsassina, Saronno 1975) i morti nella parrocchia di Bellano furono duecento e a Taceno settantuno. La peste si diffuse a Margno e in tutta la val Casargo toccando anche Narro e Indovero che non erano stati visitati dai Lanzichenecchi, fino ad arrivare a Premana dove sterminò un terzo della popolazione.

Sulla val Casargo, come per altri paesi della valle, non si hanno dati certi per la scomparsa dei registri dei morti, tenuti dai parroci. A Casargo l'epidemia è ricordata dalla chiesetta di Santa croce, detta Chiesa dei morti perchè, secondo il Cazzani ", si dice, nelle sue adiacenze furono trovate decine e decine di morti per la peste". Sopra l'ingresso della chiesetta, dietro una rete di metallo sono tuttora conservati ancora i resti ossei delle vittime di quel tempo. In assenza di dati certi, la gravità della situazione può essere dedotta da una informazione contenuta nel Libro dei morti della parrocchia prepositurale di Primaluna. Alla data 22 aprile 1630 si registra la morte di "Bartolomeo Meles di peste monatto a Margno" (Cazzani, in Lanzichenecchi e la peste manzoniana in Valsassina, Saronno 1975). I monatti aveva il compito di portare i morti di peste alle fosse e di condurre gli ammalati al lazzaretto e bruciare tutto ciò che era ritenuto fonte di contagio e la loro presenza indica che l'epidemia avrebbe raggiunto, anche in val Casargo, come del resto in tutta la valle, dimensioni notevoli.

(a cura di Carlo Somaschini)

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